sabato 8 ottobre 2016

KARL MARX

Vita e opere (cenni)

1818-1841: nasce a Treviri da una famiglia di origine ebraica, ma riceve una educazione di stampo laico e liberale a conclusione della quale prende moglie, e tenta di avviarsi (con modesti risultati) alla carriera accademica e giornalistica;
1842-1848: colpito dalla censura, si sottrae a nuovi provvedimenti polizieschi spostandosi a Parigi (dove conosce Proudhon, Bakunin ed Engels), a Bruxelles (dove scrive “Miseria della filosofia” e “Ideologia tedesca”) e, infine, a Londra (dove scrive il “Manifesto”);
1849:1883: lavora al British Museum, e può fare affidamento sul sostegno finanziario dell’inseparabile Engels per sovrintendere all’organizzazione dei lavoratori (la prima “Internazionale”, 1864-’72) e alla stesura del suo massimo capolavoro filosofico (“Il Capitale”, 1867-’94).


IL “MATERIALISMO” STORICO

I “MANOSCRITTI ECONOMICO-FILOSOFICI” (le idee e la ‘realtà’).

Rovesciando i termini del logicismo hegeliano, Marx afferma che è l’uomo materiale (l’uomo produttore di cibo, vestiti e case) a rendere possibile – cioè a precedere - l’uomo formale (l’uomo produttore di verità e valori), e non viceversa ... e occorre quindi riconoscere priorità cronologica:
  • non alla non-autosufficienza formale’ del concetto ‘pensato’ (che permette, al soggetto, di riconoscersi indispensabile come soggetto ‘pensante');
  • ma alla non-autosufficienza ‘materiale’ dell’oggetto ‘prodotto’ (che permette, al soggetto, di riconoscersi indispensabile come soggetto ‘produttore').
L’unico e vero soggetto della storia è insomma da riconoscersi:
  • non – ideologicamente - in quella entità ‘astratta’ che è lo Spirito, il cui divenire viene descritto da Hegel in termini di ‘tappe’ derivanti l’una dall’altra secondo una sequenzialità puramente "logica";
  • ma – scientificamente - in quelle entità ‘concrete’ che sono gli esseri umani, il cui divenire si svolge secondo ‘stadi’ coincidenti con ‘modalità’ di organizzazione (sociale) e gestione (politica) delle attività (economiche).

 “L’IDEOLOGIA TEDESCA” (Struttura e sovra-strutture).

Da sempre oscillanti fra i due opposti poli del ‘bisogno’ (che sempre torna a riproporsi) e del ‘soddisfacimento’ del bisogno (che sempre è temporaneo), gli esseri umani sono da sempre impegnati a:

a)      ‘fornirsi’ dei mezzi atti a soddisfare i propri bisogni materiali;
- in termini di ‘materie prime’, ‘strumenti’ atti a 'trasformare' le materie in prodotti finiti, e ‘uomini’ atti a 'far funzionare' tali strumenti (struttura economica);
b)      ‘organizzare’ le relative modalità di produzione, circolazione e consumo dei beni;
in termini di ‘divisione’ delle mansioni lavorative e ‘re-distribuzione’ delle ricchezze prodotte (sovra-struttura sociale);
c)      ‘giustificare’ la conseguente gerarchicizzazione in ceti o classi.
in termini di 'giustezza' dei fini perseguiti ed 'efficacia' dei mezzi adottati, 'verità' dei principii conoscitivi, e 'bontà' dei valori etici (sovra-sovra-struttura ideologica).

Ma cosa accade quando – “appropriandosi” degli 'strumenti' - i datori di lavoro si pongono per ciò stesso in condizione di “espropriare” i lavoratori della loro “forza-lavoro” ?

IL “MANIFESTO” (Oppressori e 'oppressi’).

Nel “Manifesto” (1848), Marx afferma che:
a)    ogni epoca storica appare caratterizzata dalla contrapposizione tra una classe di ‘oppressori’ e una classe di ‘oppressi’ (la storia è sempre storia di 'lotte di classe');
b)    a permettere agli oppressori di “sfruttare” la “forza-lavoro” degli oppressi, è il “possesso” dei mezzi di produzione (beni primari, terrieri e, quindi, industriali).


  • ANTICHITA’ = la classe dei padroni sfrutta quella dei servi grazie al possesso dei beni primari;
  • MEDIOEVO = la classe dei feudatari sfrutta quella dei contadini grazie al possesso dei beni terrieri;
  • MODERNITA’ = la classe dei borghesi sfrutta quella dei proletari grazie al possesso dei beni industriali.


Ad ognuno di questi ‘passaggi’ corrisponde una ‘rivoluzione’, allorchè – l’equilibrio fra struttura (che tende a evolversi con l’evolversi delle scienze e delle tecniche) e sovra-strutture (che tendono invece a permanere con il permanere delle istituzioni, e delle loro ‘narrazioni’) – si rompe con il rompersi dell’equilibrio fra:

a) classe di oppressi (servi, contadini e proletari) che - sempre più ‘espropriati’ della forza-lavoro (intesa come valore ‘che produce’) . sempre più vanno aumentando, nella direzione di una sempre maggiore ‘solidarietà’ sociale (‘coscienza’ di classe);
b) una classe di oppressori (padroni, feudatari e borghesi) che – sempre più ‘appropriandosi’ della forza-lavoro (intesa come valore ‘da consumare’) – sempre più vanno diminuendo, nella direzione di una sempre maggiore ‘competitività’ individuale (conflitto fra ‘oligopoli’).


IL “CAPITALE”

LE CRITICHE AI SOCIALISTI “UTOPISTI” E AGLI ECONOMISTI “CLASSICI”.

I socialisti ‘utopisti’ francesi (Fourier, Proudhon, etc.):
a)    hanno avuto il merito di portare l’attenzione sulle tristi ‘condizioni’ di vita dei lavoratori (non ancora 'tutelati' riguardo a tempi o spazi di lavoro, misure previdenziali etc.);
b)    ma si sono limitati a proporne soluzioni ‘per nulla’ vincolanti (soluzioni puramente etiche o ‘solidaristiche’, sempre e soltanto ‘possibilitate’, e non mai 'necessitate', ad esser condivise).

Gli economisti ‘classici' inglesi (Smith, Ricardo, etc.):
a)    hanno avuto il merito di scoprire le diverse variabili’ del fatto economico (in particolare, le cosiddette leggi del mercato, ovvero le leggi’ del lavoro/valore e del prezzo/quantità);
b)    ma non hanno fornito nessuna ‘spiegazione’ scientifica circa il fenomeno dello 'sfruttamento' (per effetto del quale sempre meno vanno arricchendosi mentre, sempre più, vanno impoverendosi).

LA CONTRADDIZIONE “INTERNA” AL SISTEMA: PLUS-VALORE E SALARIO.

Nel “Capitale” Karl Marx intende dimostrare – scientificamente - che  la 'contraddizione’ destinata a segnare la fine del sistema capitalistico-industriale è in realtà ‘interna’ al sistema stesso.

In possesso dei mezzi di produzione, il datore di lavoro vuole solo ‘ammortizzare’ le spese derivantegli:
  • dall’acquisto delle materie prime (il cui prezzo dipende da contingenze geo-politiche);
  • dall’aggiornamento delle attrezzature (per mantenere elevato il proprio livello di competitività);
  • dalla distribuzione dei prodotti finiti (il cui prezzo dipende dallo sviluppo delle infra-strutture) …


… e persegue tale obiettivo costringendo il lavoratore a produrre - in tempi di lavoro più ‘lunghi’ o più ‘intensi’ (ad esempio 8 ore di lavoro di cui soltanto 6 ripagate, o anche 6 ore di lavoro in cui produrre per un equivalente di 8) - una quantità di ricchezza ‘maggiore’ (plus-valore) rispetto a quella necessaria a mantenere semplicemente ‘in vita’ il lavoratore stesso (salario).

GLI EFFETTI DELLA “MERCIFICAZIONE”: FETICIZZAZIONE E ALIENAZIONE.

Privo dei mezzi di produzione, e come mera “forza-lavoro”, il lavoratore è invece libero solo di lasciarsi compra-vendere – sul mercato - al pari di materie prime e prodotti finiti (= ‘mercificazione’ della forza lavoro) … cioè libero soltanto di lasciarsi privare della sua stessa “dignità” di essere umano:

a)    dinanzi a se stesso (= lavoratore come soggetto di ‘pensiero’ eteronomo);
al proletario non appartiene né il ‘progetto’ iniziale né il ‘prodotto’ finale, e il bene prodotto finisce quindi per 'ergerglisi' innanzi come ‘oggettivizzazione’ di una creatività ‘altra’ dalla propria (‘feticizzazione’ della merce).

b)    dinanzi agli altri (= lavoratore come soggetto di ‘azione’ eteronoma).
al proletario non appartengono neppure gli strumenti di lavoro, che egli è chiamato a ‘far funzionare’ senza neppure sapere ‘come’, e questo lo spinge a scoprirsi 'ridotto' a inerte ‘rotellina’ di un ingranaggio (‘alienazione’ della forza-lavoro).


SOCIALISMO E SOCIALDEMOCRAZIA.

Nell'analisi 'scientifica' di Marx:
  • lo sfruttamento capitalista può aver fine solo con il ‘passaggio’ di  proprietà dei mezzi di produzione dai datori di lavoro (proprietà ‘privata’) ai lavoratori (proprietà ‘comune’);
  • questo passaggio dev’esser perseguito, nei termini di una ‘collettivizzazione’ di terre e fabbriche, attraverso una ‘temporanea’ presa del potere da parte dei lavoratori (dittatura del proletariato).
Eduard Bernstein (1895) getta le basi della social-democrazia affermando che:
  • borghesia e proletariato si sono andate articolando in diverse sotto-classi, e le loro rispettive rivendicazioni si sono andate concretizzando nel conseguimento d'importanti risultati (in ambito sindacale, non meno che in quello imprenditoriale);
  • occorre quindi abbandonare ogni strategia ‘rivoluzionaria’ (volta a contrapporre gli interessi delle diverse classi in ambito extra-parlamentare), e abbracciare di contro una strategia ‘riformista’ (volta a conciliare gli opposti interessi in sede parlamentare).
Per Vladimir Lenin (1905) la cosiddetta ‘coscienza di classe’ (cioè la consapevolezza della propria riduzione a mera condizione ‘materiale’ del processo produttivo) deve invece continuare ad essere ‘indotta’ negli operai:
  • ‘al di fuori’ delle forze produttive (cui, i lavoratori, inevitabilmente, appartengono);
  • ‘al di là’ dei rapporti di produzione (che, altrettanto inevitabilmente, i datori di lavoro instaurano) …
… una coscienza, questa, che è compito precipuo dell' intellettuale ‘organico’ (agli “apparati” del partito) preservare e trasmettere ai fini di una rifondazione 'formale' del processo produttivo stesso.


Di fatto, la vera novità negli studi di politica economica sarà rappresentata dalla figura di John Maynard Keynes (1883-1946), per il quale – in contrasto con quanto asserito da Adam Smith – lo Stato può e anzi deve intervenire nella sfera economica:
a) svalutando o meno la moneta (commercio estero);
b) regolamentando orari, prezzi e salari (commercio interno);
c) diminuendo la produzione (incentivi) o aumentando il consumo (pubblicità);
d) sanzionando l’evasione fiscale o il ricorso a pratiche di compra-vendita scorrette.


venerdì 7 ottobre 2016

GEORG W. F. HEGEL

Vita e opere (cenni).

1770-1806: nato a Stoccarda, conclude gli studi a Tubinga, da dove assiste inorridito allo sfociare degli eventi rivoluzionari (che lo avevano inizialmente entusiasmato) nel terrore di Robespierre;
1807-1816: si trasferisce a Norimberga, dove – nel pieno delle campagne napoleoniche - scrive le sue prime opere importanti (“Fenomenologia dello spirito” , 1807, e “Scienza della logica”, 1816);
1817-1831: come docente a Berlino, esercita un’egemonia incontrastata in Germania non meno che nel resto d'Europa (“Enciclopedia delle scienze filosofiche", 1817, e “Lineamenti di filosofia del diritto”, 1821).


LA CONCEZIONE ‘DIALETTICA’ DEL DIVENIRE


1 – Lo Spirito come ‘movimento’ dialettico (l’identità di razionale e reale).

Con la celebre frase “il razionale è reale; e tutto ciò che è reale è razionale”, Hegel ha inteso affermare che:

  • il "razionale" è reale per il fatto e nel momento in cui ‘razionalizza’ il reale;
  • il "reale" è razionale per il fatto e nel momento in cui ‘viene realizzato’ dal razionale.
In un processo di decrescente astrattezza e crescente ‘concretezza’ - che coinvolge tanto l’uomo ‘nella’ natura (l'uomo come 'conoscenza') quanto l’uomo ‘fra’ gli uomini (l'uomo come 'volizione') - la vitalità intrinseca allo ‘Spirito assoluto’ per lui a offrirsi come vitalità intrinseca ad un ‘movimento dialettico’ che conduce:
  • dall’essere - indeterminato - dell’Idea ‘in sé’;
  • all’esistenza – determinata - del concetto ‘in sé e per sé’;
  • in virtù e per mezzo dell’essenza  - auto-determinantesi ? - della natura ‘per sé’.

Risultati immagini per dialettica hegel


2“Scienza della logica”: tesi (in se), antitesi (per se) e sintesi (in se e per se).

Nella logica hegeliana, sia la 'razionalità' che la 'realtà':
a)    non ‘sono, staticamente, l’uno indipendentemente dall’altro;
o    soggetto o oggetto ‘non sono’ una volta e per tutte - o ‘eternamente’ - 'in se', ovvero “indipendentemente” l’uno dall’altro (come da Parmenide a Kant si era voluto asserire);
b)    ma ‘divengono’, dinamicamente, l’uno in virtù o per mezzo dell’altro;
o    soggetto e oggetto ‘divengono’ di volta in volta - o ‘temporalmente’ - ‘per se’, cioè “dipendentemente” l’uno dall’altro (come, appunto per la prima volta afferma l’Hegel) …

… e, il compito proprio del discorso filosofico, sta proprio nel chiarire il ‘quando’, il ‘come’ e il ‘perché’ nei diversi ‘momenti’ del divenire storico - il razionale mostra di ‘razionalizzare’ il reale, e il reale mostra di ‘venir realizzato’ dal razionale.

In particolare:
TESI (“in se”) – nel momento ‘intellettuale’ dell’universale ‘astratto’:
  • la preposizione “A = A” risulta priva di senso;
  • “ragione” e “realtà” – presi ‘in se’ (= ‘indipendentemente’ l’uno dall’altro) – non sono.
ANTITESI (“per se”) – nel momento ‘dialettico’ del particolare ‘concreto’:
  • la preposizione “A ≠ non-A” risulta fornita di senso;
  • “ragione” e “realtà” – presi ‘per se’ (= ‘dipendentemente’ l’uno dall’altro) – divengono.
SINTESI (“in se e per se”) – nel momento ‘speculativo’ dell’universale ‘concreto’:
  • le proposizioni suddette non si ‘affermano’ (nella loro identità) né si ‘negano’ (nella loro diversità) ma “si eliminano e, insieme, si conservano”  ...
  • ... così come - all'interno di un puzzle - i singoli pezzi non si affermano nè si negano ma si eliminano (cessano di essere pezzi separati) e al contempo si conservano (divengono parte di un tutto).

“FENOMENOLOGIA DELLO SPIRITO”


Introduzione (“odissea” della coscienza).

Nella “Fenomenologia dello Spirito” (1807) Hegel descrive il travagliato cammino compiuto dalla Ragione per giungere a divenire ciò che è - da sempre - destinata a divenire (“odissea della coscienza”).

Questo cammino si svolge in quattro diverse tappe, che vedono la Ragione:
  • come soggetto di pensiero formale = soggetto ‘elaboratore’ di concetti (passaggio dalla coscienza inconsapevole alla coscienza consapevole di se, o ‘auto-coscienza’);
  • come soggetto di produzione materiale = soggetto ‘creatore’ di beni (il riferimento è alle celebri pagine dedicate alla ‘dialettica servo-padrone’);
  • come soggetto di legge ‘autonoma’ = soggetto di una Verità teoreticamente non-conoscibile (coscienza ‘scissa’) e di un Bene moralmente non-perseguibile (coscienza ‘infelice’);
  • come soggetto di legge ‘eteronoma’ = soggetto di una Legge condivisa e/o condivisibile, colta come ragione ‘osservativa’ (la natura), ragione ‘sensibile’ (gli uomini) e ragione ‘etica’ (lo Stato).
Importante sottolineare come, queste quattro tappe, vengono descritte dal filosofo come:
  • ‘conseguenti’ l’una all’altra, secondo una 'necessità' rigorosamente ‘logica’ (la “Fenomenologia” come ‘saggio’ filosofico);
  • ‘coincidenti’ con altrettante 'epoche' della ‘storia’ umana, chiamate ‘figure’ (la “Fenomenologia” come ‘narrazione’ letteraria).


a - Lo Spirito come ‘pensiero’ (concettuale): l’apparire della “auto-coscienza”.

Nella prima figura il soggetto non è (in se) ma ‘diviene’ (in se e per se) soggetto di pensiero “formale” (= soggetto ‘elaboratore’ di concetti) … : negando realtà o autosufficienza a ciò che è – formalmente - da pensarsi ‘per se’ (gli oggetti non si traducono in concetti pensati ‘indipendentemente’ dal soggetto pensante).

Il passaggio dalla non-coscienza all’auto-coscienza - come passaggio della coscienza stessa dal ‘non-sapersi’ al ‘sapersi’ coscienza pensante - avviene allorché l’oggetto si presenta al soggetto, contemporaneamente:
  • come ‘uno’ (nella ‘percezione’ sensibile, l’oggetto ontologico ‘è’ uno, ovvero si mostra al soggetto percipiente come ‘esistente’ nella sua specifica unicità e irripetibilità);
  • come ‘molti’ (nel ‘giudizio’ determinante il soggetto logico viene ‘pensato’ come qui o la, prima o dopo, bianco o nero, etc., cioè come fornito di ‘molte’ determinazioni) ...
In altre parole, la coscienza ‘passa’ dall'inconsapevolezza alla consapevolezza di se - o auto-coscienza, appunto - nel momento in cui 'distingue' l'oggetto 'ontologico' (di proprietà) dal soggetto ‘logico' (di predicazioni).

b – Lo Spirito come ‘volizione’ (produttiva): la “dialettica servo-padrone”.

Nella seconda figura il soggetto non è (in se) ma ‘diviene’ (in se e per se) soggetto di produzione “materiale” (= soggetto ‘produttore’ di beni) … : negando realtà o autosufficienza a ciò che è – materialmente - da prodursi ‘per se’ (gli oggetti non si traducono in beni prodotti ‘indipendentemente’ dal soggetto produttore).

Dal momento che ogni auto-coscienza è impossibilitata a trovar conferma delle proprie verità (conoscitive) e norme (etiche) nell’orizzonte solipsisticamente ‘conchiuso’ del ‘proprio’ pensiero:
  • si scatena una dura “lotta” fra auto-coscienze (ogni auto-coscienza aspira a scoprirsi ‘in possesso’ di verità ‘imponendole’ ad altre auto-coscienze, proprio come un martello aspira a scoprirsi 'capace' di inchiodare ‘inchiodando’ un chiodo) …
  • … dalla quale escono vincitrici quelle auto-coscienze in cui “più chiara, o ferma” è la consapevolezza di essere esse stesse la causa delle proprie verità (causa della ‘distinzione’ stessa fra oggetto 'reale' di proprietà e soggetto 'pensato' di predicazioni).
Chi non dubita più della distinzione (fra oggetto ‘ontologico’ e soggetto ‘logico’) diviene padrone e quindi comanda, mentre chi ancora ne dubita diviene servo e pertanto ubbidisce … senonchè:
  • a forza di comandare, il Padrone ‘dis-impara' sempre più a produrre beni materiali (l'oggetto 'prodotto', è bene ribadirlo, non può giungere ad avere realtà, o auto-sufficienza, 'indipendentemente' dal soggetto 'produttore') mentre, a forza di ubbidire, il servo 'impara' sempre più a farlo ...
  • ... e se il Padrone passa a scoprirsi, da spiritualmente indipendente qual’era, materialmente dipendente dal servo, quest’ultimo passa invece a scoprirsi, da spiritualmente dipendente qual’era, materialmente indipendente dal Padrone (‘rovesciamento dialettico’).

c – Lo Spirito come soggetto di legge  ‘auto-noma’: coscienza ‘scissa’ e ‘infelice’.

Apparso come soggetto autonomo di razionalità (1° figura) – e scontratosi con soggetti di una eguale razionalità (2° figura) - nella terza figura lo Spirito perviene a negare la sua stessa realtà o autosufficienza:
a) ora come soggetto che si desidera ‘pensante’ indipendentemente dal Vero (‘da’ conoscere);
b) ora come soggetto che si desidera ‘volente’ colto indipendentemente dal Bene (‘da’ volere).

FINE DELL'ETA' ANTICA ('conoscenza'' greco-romana) - Illudendosi circa l’autonomia di colui “che” conosce rispetto a ciò che è “da” conoscersi (rispetto al VERO come “oggetto” della conoscenza), lo Stoico s’illude di poter esaurire, con le ’proprie’ verità, tutti i possibili giudizi di verità (come se, il 'DIRE' questa o quella verità, possa esso stesso essere ‘LA’ Verità) …
·         … posizione, questa, destinata a sfociare nella contraddittorietà propria dello scettico, consistente nel “negare” ogni possibile verità e – insieme - “affermare” come unica o sola verità questa stessa negazione (coscienza ‘scissa).

INIZIO DELL'ETA' MEDIOEVALE ('volizione' giudaico-cristiana) - Illudendosi circa l’autonomia di colui “che” vuole rispetto a ciò che è “da” volersi (rispetto al BENE come “oggetto” della volizione), il Cristiano s'illude di poter esaurire, con le ‘proprie’ azioni, tutte le possibili azioni buone (come se, il 'FARE' questa o quella azione buona, possa esso stesso essere ‘IL’ Bene) …
  • … posizione, questa, destinata a sfociare nella contraddittorietà propria del mistico, consistente nel “volersi” spiritualmente ‘libero’ da ogni contingenza e – insieme - “viversi” come materialmente ‘condizionato’ da questa o quella contingenza (coscienza ‘infelice).

d – Lo Spirito come soggetto di legge ‘etero-noma’: ragione ‘osservativa’, ‘sensibile’ ed ‘etica’.

Divenuto “ragione” – consapevole “di (poter) essere ogni cosa” ... impossibilitato a realizzarsi come soggetto auto-nomo rispetto a ciò che è “da” conoscersi (il Vero) o “da” volersi (il Bene) in sé, nella quarta e ultima figura lo Spirito si volge a cercare la Legge cui informare il proprio divenire in un inter-soggettivo identificato:
a) con la natura, empirica (ragione ‘osservativa’);
b) con l’umanità in quanto tale (ragione ‘sensibile’);
b) con la comunità di appartenenza (ragione ‘etica’).

Ragione ‘osservativa’ (età della scienza moderna, ‘600) = lo Spirito s’illude di poter trovare ciò che cerca nel “mondo” naturale …
  • … per poi scoprire che - per mezzo dei linguaggi formalizzati (propri delle scienze) – è possibile solo descrivere il 'cosa' sono le entità naturali, ma non prescrivere' il 'come' agire fra di esse.
Ragione ‘sensibile’ o corporea (età illuministica e romantica, ‘700) = lo Spirito si volge a trovare ciò che cerca in una “umanità” genericamente intesa come portatrice di:
a) ‘piacere’ materiale o personale, che cala i singoli talmente ‘dentro’ la natura da provocarne l’auto-distruzione (Faust, che crede di trovare la felicità nei soli beni ‘esteriori’);
b) volontà 'legislatrice', che spinge gli uomini a ritenersi talmente ‘retti’ da condurli a 'scontrarsi' con i propri simili (Robespierre, che vuole imporre un criterio di Giustizia puramente ‘interiore’);
c) ‘virtù’ formale o impersonale, che solleva gli individui talmente ‘al di sopra’ dalla storia da convincerli di poterla dirigere (Kant, il cui Dovere etico è ‘intraducibile’ in termini di delitto/pena).

Ragione ‘etica’ (età napoleonica e restaurazione, ‘800) = lo Spirito trova finalmente ciò che ha sempre cercato in quell’insieme di norme’ etiche, ‘regole’ sociali e ‘leggi’ politiche il cui ‘rispetto’ permette, a ogni comunità, di ‘permanere’ come tale (‘éthos’ = ‘costume’).

  • Nei tre successivi ‘luoghi’ della Famiglia (legge della ‘forza’ naturale, cui si aderisce per l’istinto), della Società (dagli ‘interessi’ soggettivi ai ‘bisogni’ inter-soggettivi) e dello Stato (legge della ‘razionalità’ divina, cui si risponde con la volontà) …
  • … è solo in virtù e per mezzo di norme, regole e leggi che - come figlio (famiglia), come lavoratore (nella società), e infine come cittadino (nello Stato) - ognuno può a sua volta divenire ‘prodotto da’ e, insieme, ‘produttore di’ norme, regole e leggi.
L’ETA’ ROMANTICA

1 - I motivi di una ‘delusione’.

Nell’arco di tempo che va dal 1789 al 1815, lo sfociare degli eventi rivoluzionari in quel bagno di sangue che fu il ‘terrore’, e poi il militarismo espansionistico della Francia napoleonica, presto risoltosi in senso 'imperialistico', evidenziarono uno scarto a dir poco incolmabile fra:
  • gli intentiteorici’ dell’illuminismo (liberare le menti dai pregiudizi e dalle superstizioni del Clero e dell’aristocrazia, e guidare i popoli verso un futuro di felicità e benessere generalizzati);
  • la loro attuazione ‘pratica’ (i principi di libertà, uguaglianza e fraternità con cui, solo per il tempo necessario ad abbattere l’ancient régime, la borghesia ottiene il sostegno delle masse popolari).

2 – Jena e Weimar: ragione e sentimento.

In un 1° momento (età napoleonica, 1798-1814, e ‘Gruppo di Jena’ con Novalis e Tieck, i fratelli Schlegel e F. Schleiermarcher), vi è discordia nello ‘svalutare’ una ragione che – assumendo se stessa a ‘oggetto’ d’indagine (con la pretesa di condurre la ragione “dinanzi al tribunale” della ragione stessa) – si è di fatto ritrovata ‘scissa’ da quel contesto naturale e storico nel quale mai dovrebbe cessare d’operare.


In un 2° momento (età della restaurazione, 1815-1830, e ‘Gruppo di Weimar’ con J. W. Goethe, F. Schiller, K. W. Humboldt, J. G. Herder e F. Holderlin), prevale però una certa concordia nel ‘valorizzare’ un sentimento che – come aspirazione a ‘superare’ ogni limite (‘streben’ e ‘sehnsucht’) – solo permette di lasciar emergere, fra gli opposti poli del fenomenico e del noumenico, l’infinita creatività espressiva dell’animo umano.


3 – Il “soggetto” romantico: vittimismo e titanismo.

Come il cavaliere 'solitario' di cui narrano i ‘romances’ di età moderna (XVII e XVIII sec.), anche l’uomo ‘romantico’ è impegnato a organizzare e ri-organizzare il suo rapporto con se stesso, il mondo e gli altri, e … 


… e - dal momento che questa impresa risulta eticamente 'doverosa' e, insieme, storicamente 'impossibile' (ogni domanda richiede ‘una’ risposta’, che ‘apre’ a sua volta a ‘nuove’ domande) - ecco che il ‘soggettivismo’ romantico mostra di oscillare fra i due ‘opposti’ atteggiamenti:
  • del ‘vittimismo’ (la scissione fra ragione e natura è destinata a ‘restar’ tale, e non resta quindi che attingere da essa, con estasi mista a tormento, la ‘linfa vitale’ della propria esistenza);
  • del ‘titanismo’ (occorre in ogni caso tentare di ‘ricomporre’ questa scissione, perché è proprio nell’espletamento di questa tentativo che si misurano’ dignità e valore d’ogni individuo).

4 – Eccezionalità e irrazionalità.

Rivelativo, in tal senso, l'emergere del ‘gusto’ (tipicamente romantico) per tutto ciò che risulta:
  • spazialmente ‘lontano’ (i paesaggi ‘esotici’ delle Indie, dell’Africa, e delle Americhe);
  • temporalmente ‘remoto’ (la classicità ellenica, o il medioevo germanico, per lo più ‘idealizzati’);
  • psicologicamente ‘irrazionale’ (l’incubo ‘tormentoso’, il sogno ‘estatico’, o la fantasia ‘visionaria’) …
… in quanto – per la loro ‘eccezionalità’ - totalmente ‘altro’ dalla piatta e deludente ‘quotidianità’.