domenica 16 ottobre 2016

FRIEDRICH NIETZSCHE

1 – Vita e opere (cenni).

1844-1876: nasce a Rocken presso Lipsia, dove riceve una educazione che gli trasmette una forte passione per la musica (R. Wagner), le lettere classiche (i lirici e tragici greci) e la filosofia (A. Schopenhauer), e diventa un promettente docente di filologia;
1876-1882: rinuncia all’insegnamento, e inizia a peregrinare da una città all’altra tra Germania e Francia, Svizzera e Italia, dove spera di trovare conforto in nuovi sodalizi culturali (particolarmente noto, per lo scandalo suscitato, quello con Paul Ree e Lou Salomé);
1882-1900: abbandonato da colleghi ed amici, trova rifugio a Torino, dove cade presto preda della follia, nel mentre che le sue opere iniziano ad essere ricercate, lette ed esaltate dai maggiori ingegni dell’epoca (Zolà, Dostoevskij, D’Annunzio, etc.).


2 – La nascita della Tragedia: “Apollineo” e “Dionisiaco”.

Nella “Nascita della tragedia” (1872), Nietzsche:
  • risolve la distinzione schopenhaueriana fra mondo come ‘volontà’ e come ‘rappresentazione’ nei termini di in una ‘innovativa’ distinzione fra ‘apollineo’ (Logos) e ‘dionisiaco’ (Bios);
  • asservisce questa distinzione a una originalissima re-interpretazione della civiltà ellenica destinata, in breve tempo, a sfociare in un’attacco senza precedenti all’intera civiltà occidentale.

L’’apollineo’ è Logos che, ‘originando’ la distinzione - razionale - fra intuibile ed esperibile (= Cosmos):
  • avalla l’esistenza di una corrispondenza fra parole e cose, e stabilisce relazioni fra le parole stesse;
  • dice di “no” alla vita ... inducendo a credere di ‘poter’ e/o ‘dover’ vivere alla luce e/o in vista di un qualche ordine (razionale) di significati e/o gerarchia (etica) di valori.
Il ‘dionisiaco’ è invece Bios che, ‘originato’ dalla indistinzione - naturale - fra intuibile ed esperibile (= ‘caos’):
  • rifiuta l’esistenza delle corrispondenze e delle relazioni suddette;
  • dice di “si” alla vita ... spingendo a inventare e reinventare senza fine, e in modo assolutamente libero e autosufficiente, ogni relazione con se stessi (segno), il mondo (significato) e gli altri (senso).

3 – La "decadenza" del mondo occidentale.

Rovesciando l’immagine neo.classica e preromantica dell’Ellade come mondo della limpidezza mentale e della sanità corporea (mondo “dell’equilibrio e dell’armonia”), Nietzsche afferma che:
  • mentre nei secoli precedenti a Socrate e Platone (VIII-V sec. a.c.) questi due ‘impulsi’ coesistevano in una condizione di sostanziale ‘equilibio’ (espresso nel tribalismo di Omero, e nella prevalenza della danza rispetto alla ‘recitazione’ delle tragedie di Eschilo e Sofocle);
  • nei secoli successivi (IV-II sec. a.c.) tale equilibrio ha invece lasciato il posto a una indebita ‘prevaricazione’ dell’apollineo sul dionisiaco (concretizzatasi nel pedagogismo ‘etico’ delle tragedie euripidee, e quindi nel sapere ‘definitorio’ della riflessione filosofica).
Di qui la volontà di “liberare” l’umanità dalle sue secolari catene, esponendo nelle opere successive:



4 – Fase "genealogica": in difesa della casualità e dell'arbitrio.

Per il Nietzsche degli scritti ‘genealogici’ (“Umano, troppo umano”, 1880, “Aurora”, 1881, e “La gaia scienza”, 1882), è sempre lo stesso ‘personaggio’ - ma con 'maschere' diverse (dalla teoresi greco-romana all'etica giudaico-cristiana, e dal 'razionalismo' di età moderna fino allo ‘scientismo’ di età positivista) – che, continuando a prevalere sul dionisiaco, ha continuato a ‘presentarsi’ sulla scena della storia occidentale,

... maschere diverse, queste, dietro le quali si cela una eguale tendenza ad avallare:
  • la convinzione che un effetto – ‘ogni’ effetto – possa essere ‘ricondotto a’ una qualche causa (teoresi greco-romana =  la Verità “da conoscere” come demonizzazione della ‘casualità’);
  • la convinzione che un mezzo – ‘ogni’ mezzo – debba essere ‘utilizzato per' un qualche fine (etica giudaico-cristiana = il Bene “da volere” come demonizzazione dell’arbitrio’).

5 – Lo “Zarathustra”: morte di Dio e nascita dell’oltre-uomo.

Tra la fase genealogica e quella trasvalutativa si colloca il “Così parlò Zarathustra” (1883): 
opera filosofica in cui, ogni ‘concetto’, trova espressione sotto forma di simbolo, ‘immagine’ o metafora letteraria.

In quest’opera il filosofo narra delle peripezie di un ‘novello’ profeta che - vissuto ‘anteriormente’ al Cristo e a Socrate (e assertore di una perfetta ‘eguaglianza’ fra i due 'opposti' del Bene e del Male, destinata a perpetuarsi in eterno):
  • discende dalle montagne per annunciare un messaggio di 'auto-liberazione’, incentrato sulle due complementari verità della ‘morte di Dio’ (negazione di ogni Verità o Bene assoluti) e della ‘nascita dell’oltre-uomo’ (affermazione della casualità e dell'arbitrio);
  • comprende che – impreparati a "trasformarsi" in viandanti (a lasciarsi alle spalle ogni risposta definitiva, per porsi nuove domande) - gli uomini sono impreparati ad accogliere questo messaggio (arditi abbastanza per 'distinguersi' dalle bestie, ma non ancora per 'eguagliarsi' a divinità);
  • risale sulle montagne con la raggiunta consapevolezza che, a distinguere gli individui, sia la capacità di rigettare ciò che ‘de-potenzia’ (una Verità, che sempre non è “qui”, e un Bene che sempre non è “ora”), e bramare ciò che ‘potenzia’ la loro vitalità (ciò che è “qui” ed “ora”).

Ciò che lo Zarathustra intende insegnare è quindi che, il processo di ‘decadenza’ del mondo occidentale, ha coinciso con un processo di ‘depotenziamento’ dell’uomo occidentale ...  in quanto:
a) proprio come un piccolo topolino che, posto dinanzi a un pezzo di formaggio legato a un filo, viene invogliato a lasciare la sua tana, e si sfianca nel tentativo di afferrare il formaggio;
b) così l’essere umano, posto dinanzi a una Verità “da” conoscere” e a un Bene “da” volere, viene invogliato a non viversi per ciò che già è, e a non godersi ciò che già ha, e si sfianca nel tentativo di conoscere una Verità che ancora “non” è, e nel perseguire un Bene che ancora “non” ha.

6 – Fase "trasvalutativa": nichilismo passivo e “attivo”.

Il Nietzsche degli scritti della fase ‘trasvalutativa’ (“Al di là del bene e del male”, 1886, “Genealogia della morale”, 1887, e “Il crepuscolo degli idoli”, 1888) è un uomo che si lascia definitivamente alle spalle il principio di non-contraddizione (implicanti costanza e immutabilità delle leggi naturali) ... e che, così facendo:

  • abbandona ogni posizione (assoluta) per assumere posizioni “prospettivistiche”;
  • si sgancia da ogni tradizione - e dalla sua stessa identità (che da tale tradizione ha origine)  - obliando ogni possibile “modello” passato, o “guida” presente, in vista di una “rinascita” futura;
  • rinuncia alla duplice illusione del “potere” della Verità, e del “dovere” del Bene.
Particolarmente importante, per i successivi sviluppi del pensiero occidentale, la distinzione fra nichilismo: 



sabato 15 ottobre 2016

ARTHUR SCHOPENHAUER

1 – Vita e opere (cenni).

1788-1818: nasce a Danzica da un ricco banchiere (poi rinvenuto suicida), e da una scrittrice di romanzi che lo pone in contatto con filosofi e poeti (Fichte e Goethe), uomini di scienza e orientalisti (tra i quali Friederich Meyer, studioso delle ‘Upanishad’), ma da cui si allontanerà irrimediabilmente (al suo secondo matrimonio).
1818-1836: laureatosi con lo scritto “Sulla quadruplice radice del principio di ragion sufficiente”, tenta di contrastare il predominio di Hegel dando provocatoriamente lezioni in contemporanea con lui, e pubblicando “Il mondo come volontà e rappresentazione" (nel 1818, ma senza alcun successo).
1836-1860: fallito un tentativo di lasciare la Germania (“La volontà della natura” e “I due problemi fondamentali dell’etica”, vengono scritti per le Accademie di Oslo e Copenhagen, 1836-’41), si stabilisce a Francoforte, dove vive gli ultimi anni scrivendo aforismi e ‘pensieri vari’ (“Parerga e paralipomeni”, 1851).


 2 – La conoscenza (razionale) come ‘inganno’.

Nella “Quadruplice radice del principio di ragion sufficiente”, Schopenhauer riconduce il razionalizzare (il “rappresentare” attraverso le forme a priori, per usare la terminologia dei post-kantiani) al relazionare:
·         ESSERE – posizione a movimento e viceversa (matematica);
·         DIVENIRE – effetti a cause e viceversa (fisica);
·         CONOSCERE – conclusioni a premesse e viceversa (logica);
·         AGIRE – fini a mezzi e viceversa (etica).

Ne “Il mondo come volontà e come rappresentazione” il filosofo si mostra però ancor più radicale perchè:
a) svaluta l’attività ‘rappresentativa’ in quanto tale (in quanto attività che, in termini puramente auto-consolatori, mostra di velare’ piuttosto che svelare la reale natura delle cose);
b) sottolinea l’incidenza che sull’uomo - e sulle relazioni ch’egli instaura con se stesso, il mondo e gli altri - ha l'essenza ‘noumenica’ del reale come ‘Wille zum leben’ (‘volontà di vivere’).



In termini più articolati, egli vi asserisce infatti che:
  • mentre nel mondo come ‘fenomeno’ (= mondo conosciuto ‘in virtù e per mezzo’ delle forme a priori), la presenza formale del principio di non-contraddizione fa si che – nel mondo come ‘conoscenza’ (razionale) - sussista una distinzione altrettanto ‘formale’ fra ciò che è o non è, diviene o non diviene, si conosce o non si conosce, ed agisce o non agisce;
  • nel mondo come ‘noumeno’ (= mondo esistente ‘indipendentemente’ dalle forme a priori), l’assenza materiale del principio di ragion sufficiente fa invece si che – nel mondo come ‘volontà’ (reale) - sussista una indistinzione altrettanto ‘materiale’ fra ciò che è o non è, diviene o non diviene, si conosce o non si conosce, ed agisce o non agisce.

3 - La volontà (reale) come ‘dolore’.

Avendo origine ‘da’ questa o quella coscienza, l’attività rappresentativa produce ‘verità’ e/o ‘valori’ che hanno significato o senso solo 'in'‘per’ questa o quella coscienza ... e - da questo bozzolo in cui ci si chiude al pari di un insetto (solipsismo) - la coscienza stessa non può fuoriuscire che:
a) distogliendo’ il proprio sguardo da ogni possibile ‘verità’ o ‘valore’, in quanto appunto frutto di una razionalizzazione sempre e comunque ‘soggettiva’ (razionalità come 'velo di Maya');
b) ‘volgendo’ lo sguardo stesso alla propria ‘corporeità, come ad uno dei diversi gradi in cui – come essenza ‘noumenica’ del mondo - si concretizza la ‘volontà di vivere’ (corporeità come ‘filo di Arianna’).


E’ infatti soltanto ‘vivendo’ la propria ‘corporeità’ che è dato, a ognuno, di ‘vivere’ se stesso - e, quindi, tutta la realtà - come espressione di una unica o medesima ‘volontà’ una volontà, questa, che:
  • rimane ‘sempre’ e ‘ovunque’ uguale a se stessa (non è ‘spazialmente’ più qui che altrove, o ‘temporalmente’ più nel presente che in passato, o nel futuro);
  • non ha altra ha causa o fine all’infuori di se (è da sempre, e per sempre, interessata soltanto a ‘perpetuare’ se stessa);
  • si concretizza secondo gradi di 'complessità' crescente (dall'indistinto al distinto, dall’inarticolato all’articolato, dall’ inorganico all’organico, etc.).

4 – Contemplazione (estetica), compassione (etica) e ‘noluntas’ (ascetica).

Nell’uomo, la ‘Wille zum leben’ come ‘essenza’ noumenica del mondo si traduce in una costante quanto tragica ‘oscillazione’ fra:
  • dolore (presenza del 'bisogno', come assenza di soddisfacimento);
  • e noia (presenza del 'soddisfacimento', come assenza del bisogno) ...
... oscillazione, questa, cui nessuno può sottrarsi, e che ognuno è impegnato a rendersi più 'sopportabile' aggrappandosi a ideali illusori, quali sono appunto destinati a rivelarsi l'amore, l'amicizia o la solidarietà.



Laddove:
  • nell’esperienza estetica, si ‘contempla’ quella che è la stessa volontà di vivere colta nella sua oggettività, o ‘in se’ … : per poi esprimerla, nelle diverse arti, secondo livelli’ di complessità altrettanto diversi (dalla più 'costruttiva', ovvero l'architettura, alla più 'evanescente', cioè la musica);
  • nell’esperienza etica, si ‘tratta’ l'altrui volontà di vivere ‘alla stessa stregua’ della propria … : per fare in modo che, anche i propri simili, si sentano ‘obbligati’ a fare altrettanto nei propri confronti (esser giusti per non subire ingiustizia, fare il Bene per non subire il male, etc.);
  • nell’esperienza ascetica, infine, si 'risolve' la propria volontà di vivere nel suo esatto ‘contrario’, che il filosofo chiama ‘noluntas’ : un concetto, questo, che richiama quello buddhista di ‘nirvana’, e che risulta a ben vedere contraddittorio (è impossibile “volere” il non-volere “senza” volerlo).

mercoledì 12 ottobre 2016

SOREN KIERKEGAARD

1 – Il Padre, Regina Olsen e il Vescovo.

A parte un breve viaggio a Berlino (durante il quale ha modo di conoscere il 'sistema' hegeliano), tre eventi – o meglio, tre persone – hanno segnato la vita di Soren Kierkegaard (1813-1855):
  • il ricordo del padre, Michel Pedersen, commerciante di Copenhagen, che sembra smentire il suo ‘rigorismo’ risposandosi a pochi mesi dalla morte della prima moglie (rifiuto dell’autoritarismo’ familiare);
  • la rottura del fidanzamento con Regina Olsen, di buona famiglia, che abbandona perché ‘bruciato’ dall’eternità, ovvero solo ‘potenzialmete’ padrone di ‘se’ stesso (rifiuto del ‘conformismo’ sociale);
  • la posizione del vescovo Jakob Mynster, teologo d’ispirazione hegeliana, che ne attacca le convinzioni in nome di un ‘dottrinarismo’ tanto sterile quanto anacronistico (rifiuto dello ‘speculativismo’ teologico).

2 – Il “singolo” dinanzi a Dio.

Per Kierkegaard:
  • non è l’uomo che, come soggetto ‘teoreticamente’ condizionato (come soggetto 'esperiente'), possa in qualche modo ‘porre’ Dio quale oggetto moralmente incondizionato … : ovvero come Essere di cui - in virtù e per mezzo di forme a-priori - si possano ‘accertare’ la natura e/o ‘descrivere’ le determinazioni' (le caratteristiche, o proprietà);
  • ma è Dio che, come oggetto ‘teoreticamente’ incondizionato (come oggetto 'inesperibile'), pone l’uomo come soggetto moralmente condizionato ... : cioè come ‘identità’ esistenziale che - nello spazio come nel tempo - ognuno può accettare ‘oppure’ rifiutare di realizzare o “costruire” nella sua unicità e irripetibilità (nella sua 'singolarità').
Lungi dall’offrirsi come un qualcosa che ‘è’, la ‘identità’ di ognuno s’offre infatti come un qualcosa che ‘diviene’ (l’esistenza come ‘problema’) … una identità, questa, che:
  • nessuno può pensare di razionalizzare 'ex ante' (= 'prima' di farne esperienza) … se non a rischio di 'giocare' al cristianesimo (adeguandosi al ‘conformismo’ imperante, per attraversare ‘senza scosse’ il mare magnum della vita) e 'tradirne' il messaggio (identificabile con la 'imitatio Christi');
  • ognuno è chiamato a ‘costruire’ (con l’insieme delle propriescelte’, e delle proprie decisioni’) … in termini che per ognuno risultano tanto insostituibili quanto irreversibili (io non posso vivere la tua vita, né tu puoi vivere la mia vita, ma ‘ognuno’ deve vivere la ‘propria’ vita).

3 – ‘Eteronimia’ e ‘stadi’ dell’esistenza.

Kierkegaard ricorre nei suoi scritti a una pluralità di eteronimi (Victor l’Eremita, Johannes Climacus, e altri): perché – il rifiutare la convinzione di poter giungere a possedere ‘una’ sola o definitiva ‘identità’corrisponde per lui all’accettare di non assumerne ‘nessuna’ ... oppure di fingerne ‘tante’.




Di qui la necessità di enucleare – cioè di simulare (per fini puramente comunicativi) - una serie di ‘modalità di esistenza’:
a) che il filosofo definisce ‘stadi’ (quello ‘estetico’ del seduttore Giovanni, quello ‘etico’ del buon marito e onesto lavoratore, e infine quello ‘religioso’ del patriarca Abramo);
b) che si susseguono in modo non necessario (= ‘automatico’) ma ‘possibile’ (= ‘libero’) ... cioè per balzi o ‘salti’, imprevisti e imprevedibili, che ognuno decide di compiere (o meno) solo sotto la spinta dell’insofferenza per ciò che, ogni singolo stadio, comporta.

4 – “Aut-aut” (1843): la vita estetica del Don Giovanni (la noia).

Nella vita ‘estetica’, l’individuo crede (vanamente) di poter vivere ogni istante della sua vita ‘indipendentemente’ da ogni altro istante passato e futuro … come se, tale istante, non avesse origine da quelli passati e non desse origine a quelli futuri (‘rifiuto’ della progettualità).
  • Così, ad esempio, il seduttore Giovanni ama questa e quella donna ... non per amore della donna in quanto tale (la donna come 'fine') ma per amore del piacere che, 'attraverso' questa o quella donna, è possibile conseguire (la donna come 'mezzo').
Don Giovanni:
  • dà per scontato che, le infinite possibilità di esistenza, sono destinate a rivelarsi “identiche” fra loro e, quindi, ‘non’ sceglie di costruirsi una identità attraverso scelte e decisioni (‘non’ si pone in cammino) …
  • ... per poi scoprire che - senza ‘alcun’ centro non v’è identità alcuna che possa ‘riconoscer-si’ e/o ‘dir-si’, a se stessa, come tale ("noia", come ‘assenza’ di un io da appagare).

5 – “La ripetizione” (1843): la vita etica del marito (l'angoscia).

Nella vita ‘etica’, l’individuo ritiene (pretenziosamente) di dover vivere ogni istante della sua vita ‘dipendentemente’ da quelli passati e futuri … come se, ogni istante, avesse origine da quelli passati e desse origine a quelli futuri (‘accettazione’ della progettualità).
·     Così, ad esempio, il marito ama il lavoro ‘per’ l’amore della donna e la donna ‘per’ il benessere della famiglia, il benessere della famiglia ‘per' la bontà delle relazioni sociali e le relazioni sociali 'per' la giustizia dello Stato, etc.

Il marito:

  • dà per scontato che, le infinite possibilità di esistenza, sono destinate a rivelarsi “diverse” fra loro e, pertanto, ‘sceglie’ di costruirsi una identità attraverso scelte e decisioni (‘si pone’ in cammino) ...
  • ... per poi scoprire che - intorno ad ‘un’ centro l’identità si delinea come un qualcosa di spazialmente ‘fallibile’, e temporalmente ‘in fieri’ ("angoscia", come presenza di un io ‘inappagabile’).

6 – “Timore e tremore” (1843): la vita religiosa del patriarca Abramo (la disperazione).

Nella vita ‘religiosa’, l’individuo abbandona:
  • sia la vanità del ‘poter’ vivere ogni istante come fine a se stesso (rifiuto ‘estetico’ della progettualità);
  • sia la pretenziosità del ‘dover’ vivere ogni istante alla luce dei precedenti e/o in vista dei successivi (accettazione ‘etica’ della progettualità) …
… e – ‘rinunciando’ all'idea stessa di non volere/volere “direzionare” la propria esistenza – spera quindi che sia Dio stesso a farlo (“disperazione” come inevitabilità dello “smacco”).


Solo con se stesso, come abbandonato al centro di una radura deserta, ognuno sa di potersi (e quindi doversi) porre in cammino in una certa direzione (sa cioè di esser libero): ma senza che ‘nessuno’ gli indichi – in anticipo - quale direzione sia più giusta, o utile, rispetto alle altre direzioni possibili ... ed è proprio la più totale assenza di ‘garanzie’ a rendere razionalmente ‘paradossale’ (l’esito è ‘imprevedibile’) e socialmente ‘scandalosa’ (l’esito è ‘indipendente’ dal possesso di beni materiali) il tipo di esistenza tentato dall’uomo di fede.

Infatti:
  • come Dio chiede ad Abramo di ‘sacrificare’ – nel presente – ciò a cui più di ogni altra cosa tiene (suo figlio Isacco, avuto da Sara dopo tanti anni di sacrifici) con la sola promessa che quello stesso bene gli verrà ‘restituito’ in futuro;
  • così Dio chiede ad ogni uomo di rinunciare’ – nel presentead ogni bene o certezza (a tutto ciò che ne specifica l’esistenza terrena, in termini naturali non meno che storici) con la sola promessa che, sempre in futuro, gli verranno ‘donati’.